Interviste

Intervista a Michael Wernli che ci parla del suo libro: “Punti di Fuga”.

Michael Wernli

Parlaci di te e del tuo background, prima della fotografia.

Sono nato in Svizzera, nei pressi di Losanna, dove ho vissuto e studiato, mi sono laureato in fisica al politecnico di Losanna, poi mi sono trasferito in Francia (a Grenoble) per un dottorato, e infine in Italia per proseguire la mia ricerca, prima di riconvertirmi professionalmente nell’ambito delle lingue straniere come traduttore e insegnante. A partire dall’età adulta, ho sviluppato una forte aspirazione verso l’espressione artistica, prima con la musica – suono la chitarra e compongo brani strumentali e canzoni – e più tardi anche con la fotografia

Come sei arrivato alla fotografia?

Come molti (almeno della mia generazione), ho cominciato seriamente con la fotografia nell’era del digitale – ma non ancora quello degli smartphone – che porta con sé la possibilità di fare tanti scatti, con i pro e i contro derivanti da questa libertà. Il mio primo vero contatto con la fotografia l’ho avuto grazie a una macchinetta compact regalatami più o meno al mio arrivo a Roma, una quindicina d’anni fa. All’inizio facevo foto “turistiche”, accontentandomi di documentare (col senno del poi direi: tentando di documentare) la città, le sue bellezze, e ovviamente gli amici e i familiari. In poche parole, foto comuni, e anche pessime. Successivamente mi hanno regalato un’altra compact, più evoluta, con la quale ho cominciato a divertirmi di più e a prendere anche maggiore coscienza dei miei limiti tecnici ed espressivi. Da lì è scaturita la voglia di formarmi adeguatamente a quest’arte. Così ho iniziato un percorso di studio attraverso un blog didattico francese molto esaustivo. Questo mi ha spinto dopo pochi anni ad acquistare una Reflex e a perfezionarmi nelle tecniche della fotografia, della composizione e della post produzione, fino ad arrivare a trovare un mio linguaggio.

Intervista a Michael Wernli che ci parla del suo libro: "Punti di Fuga". 1
Michael Wernli – Punti di Fuga.

Quali sono le tue influenze maggiori in campo artistico/fotografico?

A partire da quando ho cominciato a usare la reflex, mi sono appassionato di Street Photography, e a quel tempo apprezzavo particolarmente Bruce Gilden e il mio connazionale Thomas Leuthard. Per quello che faccio adesso (urban photo), l’influenza è più l’arte astratta, l’informale materico e concettuale di artisti come Burri, Tàpies o Dubuffet, ma anche l’arte povera di Celant, Pascali, Fabro, Kounellis. Questi riferimenti però sono molto influenzati dall’ambiente in cui opero principalmente: quello delle periferie romane, dove è molto facile trovarsi a cavalcare un’estetica del degrado. Recentemente ho scoperto, e subito amato, il lavoro del tedesco Siegfried Hansen, molto vicino a quello che cerco di fare nei miei reportage urbani, sebbene lui operi in contesti molto diversi dai miei. Infine, al livello puramente estetico, sono un grande ammiratore di tutta l’opera di Sebastião Salgado.

Intervista a Michael Wernli che ci parla del suo libro: "Punti di Fuga". 2
Michael Wernli – Punti di Fuga.

Qual è stato il motivo per cui hai cominciato a scattare le fotografie di “Punti di Fuga” nello specifico?

Come ho già evocato, da qualche anno mi dedico alla urban photography, cercando nel paesaggio urbano e nei suoi dettagli squarci di poesia, amenità, assurdità, contraddizioni, astrazione, surrealtà… A marzo di quest’anno, appena è iniziato il lock down, ho sentito il bisogno di uscire a passeggiare nei pressi di casa per non sentirmi troppo in gabbia, e ricordo che un giorno mi è balzato agli occhi un soggetto singolare che non potevo non fotografare. Così è iniziato quello che sarebbe diventato “Punti di Fuga“, senza saperlo ancora. Ogni giorno durante le mie passeggiate, fotografavo ogni cosa che mi stimolava, di solito qualche decina di fotogrammi, non di più, in condizioni estremamente privilegiate di quiete e di tempo per comporre gli scatti con la massima cura.

Michael Wernli – Punti di Fuga.

In quale momento ti sei reso conto che volevi realizzare un libro, e perché hai scelto proprio questo progetto?

La voglia di fare un libro è sorta circa tre mesi dopo, anche questa piombata dal cielo. Mentre guardavo distrattamente dei video sulla fotografia, finii quasi per caso su uno che trattava l’editoria di quest’arte. Nonostante il video fosse piuttosto pessimista riguardo la possibilità per un neofita di raggiungere degli editori senza raccomandazioni o contatti a priori, ho avuto la convinzione che tutto il materiale prodotto dovesse in qualche modo diventare un libro, semplicemente perché aveva un valore che andava messo in luce. E la scelta di pubblicare “Punti di Fuga” anziché un’altro è molto semplice: è il primo fra i miei lavori che gode di una vera coerenza spazio-temporale.

Michael Wernli - Punti di Fuga - Crowdbooks
Michael Wernli – Punti di Fuga.

Parlaci un po’ delle tue scelte tecniche.

Mentre in tempi normali scatto quasi sempre con la mia reflex, per un’ovvia questione di qualità, per questo progetto mi sono trovato a fare quasi tutte le foto con il mio smartphone. In parte perché sotto il lockdown non volevo farmi notare troppo in giro, e un tizio che gioca sul cellulare si nota meno di uno intento a scattare fotografie con un “macchinone”, e in parte per liberarmi dall’impegno delle scelte tecniche (apertura, iso e tempi di esposizione, per citare quelle più elementari) e concentrarmi così unicamente sulla composizione. Ovviamente, l’ho potuto fare perché operavo di giorno, in condizioni di luce sufficienti, e perché ho ritenuto che anche la qualità dei fotogrammi fosse sufficiente per l’uso che ne volevo fare (un libro piuttosto che stampe per poster).

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con il libro “Punti di Fuga”?

Che con il tempo e la calma giusti per osservare le cose, si può trovare tanto materiale per sorridere e sognare anche nella periferia più degradata di una grande città, dove a primo acchito la realtà può sembrare poco fotogenica. Sicuramente, nel documentare uno stato di cose che non funzionano esattamente come dovrebbero, c’è anche il lato della denuncia sociale, ma non è tanto questo il mio intento primario, quanto piuttosto una conseguenza inevitabile.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Per il momento cercherò di promuovere questo progetto in tutti i modi, anche presso le istituzioni culturali del territorio metropolitano. Per il futuro non ho ancora un progetto preciso, dipenderà anche dall’esito di questo libro, ma per il momento continuo la mia ricerca nel campo dell’urban photo, e non è escluso che da questa nasca un altro progetto editoriale. E questa volta con la presenza, auspicabile, degli esseri umani.

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About Stefano Bianchi

Fondatore e CEO di crowdbooks.com | Ho 20+ anni di esperienza come grafico editoriale e Art Director | Sono specializzato nella pubblicazione e produzione di libri fotografici.
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