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Senza Mare | Un libro fotografico di Marina Spironetti che racconta una Sardegna diversa.

Libro Senza Mare - Marina Spironetti – Crowdbooks Publishing

Parlaci di te, del tuo percorso e di come sei arrivata alla fotografia?

Sono arrivata alla fotografia abbastanza tardi, dopo una laurea in lingua e letteratura tedesca e alcuni anni di lavoro come giornalista freelance.

Ho iniziato a seguire un corso di fotografia una volta trasferitami a Londra – all’epoca pensavo più a un hobby che non a possibili sviluppi professionali, ma la mia insegnante e le prime lezioni hanno rappresentato un vero e proprio punto di svolta.

Sono seguiti un PDC in fotografia (Professional Development Certificate) e un corso in foto giornalismo al London College of Communication, insieme ai primi lavori per agenzie e giornali.

Pur continuando a scrivere, da allora decido di esprimermi principalmente con il linguaggio fotografico. 

Quali sono state le tue influenze in campo fotografico?

I grandi del passato, da Cartier-Bresson a Doisneau, da Erwitt a Capa. E poi il kitsch dissacrante di Martin Parr, che è forse il mio fotografo preferito. Senza dimenticare i pittori.

Credo che ogni aspirante fotografo dovrebbe iniziare proprio da lì – dai musei, dalle pinacoteche.

Perché hai cominciato a scattare fotografie per “Senza Mare”?

Le mie radici hanno sicuramente avuto un ruolo determinante nello sviluppo di questo progetto sulla Sardegna.

Conosco infatti la Sardegna da quando sono bambina – mia madre è nata e cresciuta lì. Lei è una sarda con il mare dentro!

Da quando, poco più che trentenne, è andata via dalla Sardegna, ne ha portato con sé la mancanza e la nostalgia. E’ nata all’Argentiera, dove mio nonno faceva il minatore. In questo lavoro ho pensato molto a lui – e, come lui, pur in modo simbolico e sicuramente molto meno faticoso, ho desiderato scendere in profondità, scavare sotto la superficie.

Il luogo della Sardegna che mi ha attratto come una calamita è stato proprio l’entroterra, che ho percepito come il cuore pulsante dell’isola fin dalla mia prima visita.

Ho voluto mostrarne il ricchissimo patrimonio culturale della Sardegna e le sue tradizioni popolari che mi hanno sempre attratto e sono già state oggetto di molti miei progetti fotografici.

In un mondo ormai quasi totalmente appiattito dalla globalizzazione, indagare riti e costumi antichissimi della Sardegna ha significato riaffermare le differenze come valore positivo, da conoscere e preservare.

Quando ti sei resa conto che le foto scattate per “Senza Mare” potevano essere raccolte in un libro?

In realtà quasi da subito!

Le prime storie di “Senza Mare” sono diventate dei reportage sulla Sardegna per alcune riviste di viaggio, italiane ed estere, ma ho avuto da subito la volontà di raccoglierle in qualcosa di più grande, un libro, appunto.

Come hai deciso di pubblicare un libro, qual è stata la tua motivazione principale?

Credo che nella carriera di ogni fotografo i libri rappresentino dei punti fermi. Oggi siamo bombardati dalle immagini in ogni momento della giornata.

Si stima che nel mondo vengano scattate circa 3.9 miliardi di foto al giorno – se non facessimo altro che guardare fotografie, avremmo bisogno di 590 giorni per vedere tutte le immagini fatte in una sola giornata.

Si tratta, però, di qualcosa che si consuma in fretta, voracemente ma con grande superficialità.

Nei feed, le immagini scorrono in fretta verso il basso, non si ha tempo di processarle. Manca consapevolezza; manca una profonda educazione all’immagine.

Pubblicare un libro di immagini è un atto di coraggio – vuol dire tentare di sottrarle a quel flusso vorace e indiscriminato, trasformarle in un progetto compiuto, in una storia, un messaggio articolato da passare ad altri. E, magari, farle sopravvivere un po’ più a lungo in un mondo dove molto spesso queste hanno sempre più vita e memoria corte.

Perché hai deciso di chiamare un libro che racconta la Sardegna proprio: “Senza Mare”?

Senza Mare” perché si parla di una Sardegna “altra”, diversa da quella che tutti conoscono. Della Sardegna si vede il mondo parallelo dell’entroterra, lontano geograficamente e storicamente dal mare.

Chiamare questo lavoro “Senza Mare” corrisponde a quell’esigenza di andare in profondità di cui parlavo prima, cercando di scalfire la superficie delle cose più ovvie che associamo di solito all’isola della Sardegna.

Per secoli, del resto, gli abitanti della Sardegna hanno avuto con il mare un rapporto ambivalente: da lì venivano le ricchezze, ma più spesso anche gli invasori.

Il concetto del mare come minaccia è qualcosa di profondamente radicato nella cultura sarda – sebbene alcune scoperte archeologiche lascino immaginare antiche glorie marinare, è vero che da un certo punto in poi della loro storia i sardi smisero di prendere in considerazione anche l’ipotesi di diventare un popolo di navigatori.

Al mare, molto spesso, si voltavano le spalle.

Non solo, “Senza Mare” ha anche una sua temporalità ben precisa – quella dell’inverno (in quella stagione che, come dice Marcello Fois, “per un barbaricino è quasi una condizione naturale”) o, al massimo, dei primi giorni di primavera, ovvero, di nuovo, nella stagione diametralmente opposta a quella in cui si conosce normalmente la Sardegna.

Qual è il taglio editoriale che hai deciso di dare al libro “Senza Mare”?

Per raccontare appunto le tradizioni della Sardegna ho deciso di avere un approccio diverso rispetto a quello della solita iconografia tradizionale.

Molte delle immagini di maschere e costumi della Sardegna sono infatti scattate durante eventi religiosi o manifestazioni folkloristiche, che del mito rappresentano la recente spettacolarizzazione e che nel mio lavoro rappresentano una piccolissima parte.

Senza Mare | Un libro fotografico di Marina Spironetti che racconta una Sardegna diversa. 1

Ho ricercato, piuttosto, un contatto diretto e personale con i soggetti delle mie foto, entrando nelle loro case e conoscendone le storie e le famiglie, creando quella fiducia reciproca che ritengo imprescindibile per andare in profondità e raccontare qualunque storia. 

Senza Mare | Un libro fotografico di Marina Spironetti che racconta una Sardegna diversa. 2

Le immagini sono state realizzate collocando le persone fotografate in un ambiente a loro familiare – dalla casa e dal paese, luoghi del noto e degli affetti, tradizionalmente femminili, alla durezza della campagna – combinando stile documentaristico e ritratto in posa per rappresentare l’identità simbolica di ciascuno di essi.

Perché hai scelto di pubblicare il libro “Senza Mare” con il metodo del Crowdfunding? Cosa ti ha spinto concretamente a prendere questa decisione?

Prima di approdare a Crowdbooks e optare per il Crowdfunding, ho fatto diverse ricerche e avevo preso contatti con diverse case editrici tradizionali che avevano accolto con entusiasmo il progetto ma chiedevano in anticipo somme piuttosto elevate per poter accettare la pubblicazione.

Naturalmente oltre allo scoglio finanziario, la tipologia di libro che mi era stata proposta era il cosiddetto coffee table book, quasi un oggetto d’arredo, che però si tratta di una pubblicazione estremamente costosa e al giorno d’oggi anche un pò démodé in quanto ha un mercato decisamente più limitato e non adeguato al pubblico attuale al quale volevamo rivolgerci.

Trovando gli sponsor giusti avrei certamente potuto utilizzare un’editore tradizionale ma quello che mi interessava maggiormente era poter diffondere il più possibile il libro ad un pubblico più ampio possibile.

Per questo abbiamo optato per un formato leggermente più piccolo, più intimo e in linea con il contenuto del libro stesso, dove l’attenzione per i materiali e i dettagli della stampa costituiscono la vera bellezza di questa edizione.

Un altro vantaggio di aver adottato queste scelte, sempre nell’ottica di una maggiore diffusione del libro, è ovviamente anche quello di aver fissato un prezzo di copertina accessibile e appetibile per ogni tipo di acquirente, cioè anche ai “non addetti alla fotografia”.

Crowdbooks in questo senso è stata la quadratura del cerchio.

La sua formula di Crowdfunding è molto interessante e abbastanza diversa dalle altre piattaforme, non è richiesta infatti una mera donazione a supporto del progetto con in cambio magari una “ricompensa” generica come si è soliti vedere nelle campagne di Crowdfunding tradizionale.

Su Crowdbooks si può contribuire alla pubblicazione del libro in maniera concreta semplicemente pre-acquistandone una o più copie.

In questo modo, la campagna di Crowdfunding diventa una vera e propria prevendita che non serve unicamente a raccogliere i soldi necessari per poter finanziare la pubblicazione del libro ma anche ad avvantaggiarsi e fare marketing per quando il libro uscirà fisicamente.

Una volta che il libro esce ufficialmente dunque ci si è già assicurata una buona base di copie preordinate e di “buzz mediatico”, sempre utile a diffondere anche in seguito il libro nei canali tradizionali più restii… alla tecnologia (librerie e canali distributivi consueti).

Nel mio caso specifico, mi è sembrata la ricetta ideale per le mie esigenze!

Com’è stata la tua esperienza di finanziare il libro “Senza Mare” con il metodo del Crowdfunding?

Direi che la mia esperienza con il Crowdfunding è stata ottima, dal momento che il libro sarà pubblicato a breve!

Utilizzare il Crowdfunding ha rappresentato un momento di crescita professionale e posso dire che mi ha sicuramente insegnato molto.

Non solo, confrontarmi / scontrarmi con tutti i criteri e le regole necessarie per poter lanciare correttamente una campagna di Crowdfunding mi ha permesso anche di scoprire alcuni lati di me stessa dei quali non mi sarei aspettata, per esempio, mi ha spronato ad essere una migliore promotrice di me stessa, delle mie idee e non per ultimo del mio stesso lavoro!

Quali consigli ti senti di dare a chi vuole provare il metodo del Crowdfunding piuttosto che scegliere un editore tradizionale?

Per poter lanciare una campagna di Crowdfunding e avere risultati soddisfacenti è necessario prepararsi molto bene. Il supporto degli amici e di quelli che ci conoscono e magari credono nel nostro progetto, sfortunatamente, non è sufficiente per arrivare al raggiungimento del goal che permette poi la pubblicazione.

Prima di tutto è necessario impostare la campagna in modo molto strutturato, creare un piano di comunicazione, scegliere un linguaggio e dei modi di promozione che siano efficaci, regolari e costanti.

Tutto ciò significa, ovviamente, mettersi in gioco totalmente per lavorare in prima persona, bisogna calcolare una mole di tempo considerevole da dedicare per tutta la durata della campagna.

Insomma, il Crowdfunding non è così semplice, bisogna sicuramente rimboccarsi le maniche.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Riprendere a viaggiare a pieno ritmo, non appena la situazione attuale ce lo permetterà.

Ci sono tantissime storie da raccontare, lì fuori!

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About Stefano Bianchi

Fondatore e CEO di crowdbooks.com | Ho 20+ anni di esperienza come grafico editoriale e Art Director | Sono specializzato nella pubblicazione e produzione di libri fotografici.
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