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No Promised Land –Intervista al fotografo Andrea Ferro.

Andrea Ferro Fotografo - No Promised Land – Crowdbooks

No Promised Land è il tuo ultimo libro ma prima di parlarne, raccontaci un pò di te e del tuo percorso!

Sono laureato in architettura, il che ha di certo influito molto sul mio modo di fotografare e “vedere”. I miei primi soggetti sono quindi stati architetture, così come i miei primi lavori.

Con gli anni la fotografia ha acquisito una presenza sempre più importante nella mia vita, soprattutto come mezzo che mi permettesse di scoprire il mondo e, allo stesso tempo, di conoscere me stesso.

Ho iniziato ad interessarmi poi a temi dal carattere più sociale, al punto che la fotografia è per me ora un processo di scoperta e dialogo, a volte quasi meditativo, con ciò che mi circonda, No Promised Land è un progetto che riflette tutti questi aspetti di me.

Come ti sei avvicinato alla fotografia? E.. perché?

Ricordo ancora il momento in cui scattai la mia primissima fotografia. Avevo massimo otto anni.

Ero in vacanza con i miei genitori e mia madre aveva sempre con sé la sua Nikon con obiettivo da 50mm. La macchina fotografica era per me un oggetto affascinante e sconosciuto.

Approfittai di un momento in cui non c’era nessuno in casa per prenderla dall’armadio. Puntai in direzione della finestra e scattai una foto del paesaggio montano che si intravedeva attraverso vecchie tende bianche dai bordi ricamati.

Riposi poi subito la macchina fotografica, orgoglioso della mia piccola trasgressione. Durante l’università ebbi l’occasione di avvicinarmi alla fotografia di architettura grazie ad uno zio al quale devo sicuramente molto.

Ti senti più un fotografo, un autore o un’artista?

Faccio sempre enorme fatica a definirmi, anche perché spesso le categorie rischiano di risultare auto-limitanti. Da ragazzino avevo sicuramente una visione molto romantica della figura del fotografo.

Mi affascinava molto, e ammiravo la libertà di esplorare e raccontare gli avvenimenti del mondo che rappresentava.

Autore è un termine troppo generico. Penso lo siamo un po’ tutti nell’intento di dar corpo alle nostre emozioni e alle nostre idee; che siano esse scritte, dipinte, scolpite, progettate, recitate, cantate, e così via. Ecco, artista di sicuro non mi ci sento.

Il dibattito se la fotografia sia arte o meno è vecchio quanto la fotografia stessa, da quando cioè iniziò progressivamente a guadagnare terreno nei confronti della pittura a metà ‘800.    

Cosa ti ha spinto a cominciare il progetto No Promised Land?

Libro No Promised Land - Andrea Ferro - Crowdbooks Publishing
No Promised Land – Andrea Ferro – Crowdbooks Publishing

No Promised Land è un progetto che ha mosso i primi passi in ambito accademico, come progetto di tesi in architettura che impiegasse il reportage fotografico come strumento di indagine.

La questione dei migranti è tutt’ora spesso al centro del dibattito politico, non solo in Italia.

Nel 2016, quando scattai le prime foto, era davvero un tema caldo, e anche dal punto di vista fotografico non mancavano certo fotografi che dessero il loro contributo.

Ciò che trovavo mancasse era la risposta ad una semplice domanda: cosa succede ai migranti una volta che arrivano in Italia?

Si parlava molto dei centri di accoglienza, soprattutto in relazione a fatti di cronaca costantemente strumentalizzati.

Ma come si presenta davvero la vita al loro interno? E cos’è realmente un centro d’accoglienza?

Qui il collegamento con l’architettura è venuto in maniera naturale.

Ho voluto quindi indagare visivamente un aspetto abitativo che era ancora sconosciuto alla maggioranza delle persone, e che trovavo molto interessante anche in ambito di progetto architettonico.

Basti pensare alle enormi potenzialità che può avere nel recupero del vasto patrimonio edilizio inutilizzato in Italia.

La ridefinizione di spazi per l’accoglienza potrebbe essere un settore a sé. Spero possa diventarlo presto, ma c’è ancora molta strada da fare temo.

Che cosa ti ha motivato a pubblicarci in un libro?

No Promised Land è diventato libro in maniera spontanea, è stata una logica conseguenza dell’ impostazione originale di come ho svolto il lavoro.

Il progetto è infatti impostato su di una sequenza di strutture di accoglienza che vanno dall’estremo più complicato, ovvero un’occupazione, a un elemento di speranza costituito da un social housing realizzato appositamente per famiglie immigrate in difficoltà abitativa.

Nel mezzo c’è davvero un mondo, eterogeneo e variegato. Difficile sintetizzarlo in una decina di scatti da pubblicare su riviste o simili, mantenendone anche la coerenza narrativa.

No Promised Land come lavoro di reportage è stato anche pubblicato qualche volta infatti, ma la percezione finale poi era quella che fosse tutto un altro lavoro.

La sua impostazione quindi è stata fin dall’inizio studiata perché potesse avere una sua identità e il giusto spazio in un libro.

Che cosa hai imparato da quest’esperienza?

Molto. Moltissimo direi. Prima di tutto No Promised Land è il mio primo progetto a lungo termine riguardante temi sociali. In più, vista la tematica, devo dire che più di ogni altra cosa ciò che mi porterò dentro è quanto sia stato intenso dal punto di vista umano ed emotivo.

Fotografare ogni volta una struttura diversa significava ciclicamente ricominciare da zero. Entrare nuovamente in contatto con nuove storie, simili ma allo stesso tempo assai diverse.

Farmi conoscere, entrare in empatia con le persone che fotografavo. Non ero mai un semplice spettatore.

Ho passato giornate insieme alle persone che ho ritratto, partecipe della loro quotidianità.

Loro mi raccontavano di sé e io parlavo di me. C’era uno scambio, e così volevo che fosse.

In fin dei conti chi ha deciso che io nascessi nel lato benestante del mondo, invece che in uno dei paesi da cui molti fuggono da guerre o miseria. È solo frutto del caso. Potevamo tranquillamente trovarci a parti inverse.

Spesso mi sono infatti chiesto che motivo avessi di essere lì con una macchina fotografica, e così facendo, riportare a galla memorie tragiche del loro recente vissuto.

No Promised Land racconta le loro realtà, mi riferisco ai cosiddetti migranti, a chi cerca un “rifugio da cui ripartire”, farlo al meglio delle mie possibilità era il minimo che potessi fare.   

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il 2020 rappresenta il trentesimo anniversario dalla fine della guerra civile libanese.

È una tematica per la quale ho sempre avuto un particolare interesse. Per questo ho da poco iniziato un lavoro in Libano dal titolo: “30 beyond the green line“.

L’idea è realizzare un racconto della società della Beirut attuale, trent’anni anni dopo la fine guerra civile e, attraverso i soggetti fotografati, rintracciare memorie di quei terribili quindici anni di guerra fratricida.

I luoghi in cui fotografo i vari soggetti non sono infatti casuali, ma coniugano sempre memoria e presente in relazione al vissuto del soggetto stesso o all’importanza che rivestì quel luogo specifico nel corso della guerra.

Ecco quindi nuovamente la ricerca del legame tra esistenza umana e spazio fisico. Per ognuno poi ne raccolgo la storia che, anche se in poche righe, andrà successivamente a integrare la singola immagine. Ma la Beirut di oggi è anche frutto di questi trent’anni anni.

Ecco perché rientrano, tra le altre, anche dinamiche contemporanee legate ad esempio all’immigrazione. Inoltre a ottobre è scoppiata una rivoluzione contro la classe politica che ha governato proprio dalla fine della guerra, aggravando la già profonda crisi economica e sociale di cui da tempo soffre l’intero Paese.

Le persone sono ancora in strada.

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About Stefano Bianchi

Fondatore e CEO di crowdbooks.com | Ho 20+ anni di esperienza come grafico editoriale e Art Director | Sono specializzato nella pubblicazione e produzione di libri fotografici.
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