Fotografia, Interviste, Libri

Intervista a Adelaide di Nunzio che ci parla del suo libro: “Architetture Criminali”.

Adelaide Di Nunzio

Adelaide di Nunzio, raccontaci brevemente il tuo background e come sei arrivata alla fotografia? 

Ho avuto la mia prima macchina fotografica e iniziato a fotografare quando avevo 17 anni per delle scenografie teatrali, da allora non l’ho più lasciata.

Dopo il liceo ho fatto dei corsi di fotografia sia a Napoli che in Spagna e durante l’università, L’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Mi sono laureata con una tesi fotografica sul “sacro e il profano” con il prof. Fabio Donato, fotografo napoletano.

In seguito, ho deciso di trasferirmi a Milano per approfondire la mia passione frequentando la scuola di fotografia Riccardo Bauer.

Da questo momento in poi sono entrata in contatto con il mondo della fotografia, ho cominciato a visitare tante mostre e ho cominciato a realizzare diversi progetti miei.

Ho lavorato presso diversi studi, inizialmente con XTV di Carlo Bevilacqua e anche “Occhio Magico” di Giancarlo Maiocchi.

Per un periodo mi sono dedicata alla fotografia di scena, sia teatrale che musicale, ho collaborato con diversi artisti tra i quali “Taranta Power” ed Eugenio Bennato; contemporaneamente ho sviluppato i miei progetti artistici come ad esempio uno dei miei primi lavori fotografici chiamato “le divinità” interamente dedicato alla mitologia.

Una volta, vedendo una mostra di Robert Capa mi sono soffermata su una fotografia in particolare, era l’immagine di un uomo steso sulla riva di una spiaggia circondato da resti provenienti dal mare come le conchiglie e cocci, mi sono resa conto che quell’uomo alla fine era stato rigettato dal mare come tutte le altre cose.

Fu in quel momento preciso che decisi di diventare una reporter!

Da lì ho intrapreso molte collaborazioni con magazines, quotidiani e diverse agenzie prestigiose, sia nazionali che internazionali.

Come è nato Architetture Criminali?

Il trailer di Architetture Criminali di Adelaide Di Nunzio.

Architetture Criminali è nato nel 2016 quando mi sono trasferita a Torino per lavorare a dei progetti didattici presso le scuole sulla lettura del paesaggio e l’architettura contemporanea ed antica, sull’armonia del paesaggio e il concetto di cura.

Durante questa esperienza ho avuto l’intuizione di voler creare un lavoro sul paesaggio e mi sono resa conto che avevo già realizzato durante gli anni precedenti nell’ambito del reportage un gran numero di foto sulle architetture del Sud Italia.

Le immagini spaziavano dalle case confiscate alla mafia a strutture e zone abbandonate e “non finite” o edifici abusivi.

Ho riflettuto tanto sulla criminalità, infatti, non ho identificato questo concetto solo con la mafia ma anche con l’incompiuto pubblico e l’abuso privato: è criminale tutto ciò che crea degrado e non adopera la cura del paesaggio e delle persone.

Ho paragonato alcune strutture alle storie di alcune persone incontrate nel mio percorso, e ho capito che il contatto con il crimine lascia tracce indelebili, anche se poi molti di questi personaggi sono riusciti a rivivere più forti di prima.

Come hai fatto a documentarti sui posti? E come sei riuscita a scattare queste fotografie?

Mi sono documentata sui luoghi facendo ricerca, sia giornalistica che sul campo, in strada. Ho capito come venivano confiscati i beni alla mafia e cosa accadeva dopo e poi mi recavo sui posti.

Praticamente, sono andata a scovarli, a Napoli, Casal di Principe, Caserta e poi nelle regioni del sud: Campania, Calabria, Puglia e in Sicilia, a Cinisi, dove appunto era stata appena confiscata la villa dal boss Badalamenti.

Per accedere a questi posti sono entrata in contatto con associazioni e attivisti, volontari e gruppi anti-mafia che comunque collaboravano già alla rinascita di queste strutture.

Altre costruzioni sono facilmente visibili, purtroppo, durante qualsiasi viaggio nel Sud Italia.

Il lavoro Architetture Criminali è una sintesi di un reportage d’inchiesta durato più di 10 anni, cominciato nel 2007 fino ad oggi.

Sei andata da sola a fotografare questi luoghi. Ti sei mai trovata in situazioni pericolose?

In situazioni pericolose? Non saprei se possono essere definite situazioni pericolose, io non sono una persona spericolata, sono prudente nel fare le fotografie, non mi interessa trovarmi in situazioni estremamente pericolose

Per me l’obiettivo principale è quello di denunciare e documentare sociologicamente una situazione, non di andare a scovare delle news d’effetto.

Certo, andando a fotografare le case confiscate ovviamente ho toccato dei tasti delicati, ma in generale quando lavoro cerco creare delle situazioni dove posso tranquillamente cercare la fotografia giusta che possa cogliere a pieno lo scopo.

Non escludo che in alcuni momenti però ci si debba anche spingere un po’ oltre…  

In quale momento hai cominciato a pensare di voler realizzare un libro con queste fotografie e perché?

Al libro fotografico ho iniziato a pensare quando mi sono trasferita in Germania, nel 2016. Ho avuto un periodo di pausa quando è nato mio figlio e ho avuto il tempo di rivedere i miei lavori precedenti.

Nel frattempo, ho cominciato a mettermi in contatto con vari fotografi tedeschi e ho avuto la fortuna di conoscere Bettina Flitner; le ho mostrato il progetto ed è stata lei la prima a suggerirmi di realizzare un libro.

Questa idea mi ha stimolato, e ho iniziato a lavorare in questa direzione.

Sono entrata poi in contatto con il fotografo Wolfgang Zurborn e ho partecipato ad un suo seminario di photo editing, mi ha dato dei preziosi suggerimenti sulla selezione delle foto e sulla composizione del libro.

L’idea del libro mi ha permesso di parlarne con diversi fotografi e lavoratori del settore. Come ad esempio grazie al fotografo amico Carlo Bevilacqua, ho conosciuto l’editore Stefano Bianchi con il quale ho completato il progetto.

Un ruolo importante è stata la collaborazione con la photo editor Marialuisa Plassman, capo redattrice foto dell’agenzia KNA di Bonn con cui collaboro come reporter, mi ha aiutato nella scelta minuziosa delle fotografie e delle associazioni visive.

Come hai conosciuto e sei entrata in contatto diretto con Petra Reski che poi ha scritto il testo introduttivo del libro?

Sono entrate in contatto con la giornalista scrittrice Petra Reski tramite il contatto della fotografia Bettina Flitner.

Mi piace molto il suo lavoro e come racconta le sue esperienze dalla Germania alla Sicilia e apprezzo la sua sincerità nel denunciare le situazioni di degrado.

Abbiamo discusso sul mio progetto e le è piaciuto.

Sono molto grata per questa sua “introduzione”, mi sento veramente onorata e concordo sul concetto che non bisogna fare un mito della mafia ma bensì umanizzare la criminalità per non creare una distanza e far capire alle persone che essa appartiene alla realtà.

Pensi che questo sia un libro “scomodo”?

Libro scomodo?  Direi che il mio obiettivo è di creare un libro utile perché come non voglio creare la notizia o sconvolgere lo spettatore ma lo scopo è di far riflettere. Direi che è un libro di ricerca d’inchiesta e di riflessione socio-antropologica in un contesto contemporaneo.

Il reportage e le fotografie che lo compongono sono già state oggetto di molti articoli di giornale, anche su riviste prestigiose. Che tipo di feedback hai avuto?

Ho avuto l’onore di essere intervistata da diverse riviste come –> Artribune e in Tv da Mario Sesti per lo show culturale –> “Splendor”.

Adelaide Di Nunzio si racconta a Splendor.

Sono usciti articoli su vari quotidiani, sia sul web che sul giornale cartaceo:

Ho realizzato anche una mostra molto bella grazie al supporto dell’esperto d’arte Saverio Ammendola presso la galleria La Mediterranea di Napoli.

Video della mostra Architetture Criminali di Adelaide di Nunzio a Napoli

In seguito la mostra è stata portata in Germania presso l’associazione “Capri Garage” di Susanne Ristow e Martin Bochynek e al Forum di Fotografia NRW di Düsseldorf per DFA, Accademia Fotografica di Amburgo.

Architetture Criminali ha avuto un ottimo riscontro mediatico, posso affermare che il feedback è stato molto positivo, le persone hanno reagito bene, sono state colte emozionalmente e di questo sono molto soddisfatta!

About Stefano Bianchi

Fondatore e CEO di crowdbooks.com | Ho 20+ anni di esperienza come grafico editoriale e Art Director | Sono specializzato nella pubblicazione e produzione di libri fotografici.
View all posts by Stefano Bianchi →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *